Libertà d'informazione

Klaus Davi: “la Calabria è una miniera ma la esploro solo io”

Il giornalista spiega a Ossigeno il suo lavoro d’inchiesta nelle terre di ‘ndrangheta tra soddisfazioni e minacce. “Lo Stato ha fallito” e “il servizio pubblico non fa abbastanza”

“La Calabria è una regione affascinante e intrigante. È una delle regioni più povere d’Italia, ma ha la’ndrangheta, la criminalità organizzata più ricca del mondo. Questo contrasto dimostra un conclamato fallimento dello Stato. Lì lo Stato ha fallito. È un fallimento quotidiano, i giornali non lo dicono e non per colpa dei giornalisti locali. Loro fanno bene il loro lavoro. Evidentemente il sistema politico ed editoriale non ha interesse ad ammetterlo…”.

Klaus Davi, 52 anni, noto giornalista e massmediologo italiano, nato in Svizzera da genitori italiani e cresciuto in Germania, lo dice in tono appassionato a Ossigeno, che lo ha intervistato per parlare delle aggressioni, degli avvertimenti, delle minacce che ha subito in Calabria, dal 2014 a oggi, da quando ha cominciato a realizzare e diffondere un’inchiesta giornalistica televisiva per molti versi originale, muovendosi sul territorio per esplorare e mettere in luce la grande contraddizione. Davi osservando le cose, ascolta, parla con tutti, dà voce anche alle persone legate alle ‘ndrine, frequenta i loro ritrovi. Questa interazione ravvicinata sfida innanzitutto la pretesa della ‘ndrangheta di  distogliere da sé ogni sguardo. Questa osservazione mostra aspetti inediti, rivela che la scala di valori dei clan, i loro principi incrollabili, le loro stesse relazioni familiari, sono un edificio meno solido e incrollabile di quanto si creda.

“In Calabria la politica sembra assente. Eppure – aggiunge Davi – qui lo Stato ha cambiato atteggiamento, da qualche anno ha impresso una forte svolta alla macchina giudiziaria: nel 2008, con la nomina di Giuseppe Pignatone a capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria e, poi, del suo successore, Federico Cafiero De Raho e, da ultimo, mettendo Nicola Gratteri alla guida della Procura di Catanzaro. Ma tutto questo non basta: lo Stato non si può proporre soltanto come un potere capace di arrestare i capiclan e di bloccare i loro beni. Deve anche costruire. E di fronte a tutto ciò mi chiedo: cosa fanno  i parlamentari calabresi?”.

Le tue inchieste lo dicono? Che contributo danno?
“In non sono un cronista antimafia e sono un giornalista un po’ fuori dagli schemi”, dice. Si definisce un comunicatore che ha imparato in televisione come parlare al vasto pubblico. “Un comunicatore – spiega – non racconta cosa c’è scritto negli atti giudiziari o come è finito un processo, ma parla di queste cose, le inquadra e le commenta e così riesce a parlare alle masse e a smuovere le emozioni come non può fare il lavoro di un cronista classico. Io ho imparato il linguaggio popolare in televisione, grazie all’insegnamento di Massimo Giletti”.

“Ho cominciato a interessarmi della Calabria con questo approccio dal 2015”, aggiunge, “da quando ho scoperto che questa regione, con le sue passioni e le sue contraddizioni è per me “una vera e propria  miniera” in cui nessuno prova a scavare come faccio io”.

Da allora, con i suoi servizi televisivi messi in onda sul web e su piccole televisioni locali, Davi racconta la Calabria – e la ‘ndrangheta – come la vede, come riesce a conoscerla frequentando il territorio e le persone che vi abitano. Sceglie gli interlocutori, il suo operatore accende la telecamera e lui pone domande chiare, legittime. Molte però in questa terra sono considerate impertinenti, inammissibili, segno di mancanza di rispetto. Per questo è stato aggredito, ha ricevuto insulti, intimidazioni, minacce. Episodi sui quali il Procuratore De Raho sta indagando. È doveroso proteggerlo, ha detto il Procuratore. La Prefettura gli ha offerto una scorta che sarà al suo fianco ogni volta che ne farà motivata richiesta. Davi ha ringraziato ma, come fanno tutti i giornalisti che non avvertono il pericolo imminente, spesso ne ha fatto a meno perché la protezione delle forze dell’ordine avrebbe creato una barriera fra lui e le persone con cui voleva entrare in contatto.

“Lo ripeto: nel mio lavoro la narrazione delle vicende giudiziarie non c’entra se non di striscio. I temi che cerco di affrontare, andando in giro insieme con il mio operatore e coautore Alberto Micelotta, sono diversi rispetto a quelli classici trattati dal giornalista che si occupa di cronaca giudiziaria. Io, ad esempio, mi interesso agli stili di vita, ai comportamenti privati, alle relazioni fra i familiari dei mafiosi, al loro atteggiamento su questioni quali la pedofilia e l’omosessualità, al modo di reagire, al tradimento del coniuge e così via. Queste cose il più delle volte non hanno alcun rilievo penale, ma hanno un forte impatto mediatico”.

Quando è nata la tua decisione di occuparti di ‘ndrangheta?
“Nel 2015, quando intervistai il magistrato calabrese Giancarlo Giusti, processato tre anni prima con l’accusa di essere stato corrotto dalla ‘ndrangheta trapiantata a Milano e condannato a 4 anni di reclusione. Lo intervistai e quella fu l’ultima intervista che rilasciò. Un mese dopo si suicidò. In quei mesi avevo avuto una fitta corrispondenza con lui. Per me il suo suicidio fu uno shock, mi fece riflettere su molte cose di cui mi aveva parlato aprendomi gli occhi, come scrissi il giorno stesso della sua morte (leggi)”.

Come ti regoli con le minacce che ricevi?
“Le metto in conto e vado avanti. Se ci pensi troppo, non puoi fare più questo tipo di lavoro”.

La prima volta che il tuo lavoro di comunicatore ha suscitato reazioni violente, minacciose, hai modificato la tua impostazione? E te l’aspettavi?
“Innanzitutto preciso che io non considero vere e proprie minacce di ‘ndrangheta le espressioni minacciose che alcuni mi rivolgono sui social network. Quello stile non è quello della ‘ndrangheta. Quegli insulti su Facebook provengono da ambienti vicini alla ‘ndrangheta, dai cosiddetti “cani sciolti”: ragazzini, figli e nipoti di persone legate alle ‘ndrine”.

Ma hai subito anche un’aggressione vera e propria, o no?
“Sì, se parliamo dell’aggressione a Vibo Valentia (leggi). Quella sì, è stata proprio un’aggressione di ‘ndrangheta, da parte di due appartenenti al clan. Però devo essere sincero: quei due non volevano aggredire me, la mia persona. Volevano rompere la mia telecamera. Io difendevo la telecamera e perciò mi hanno colpito. Ma non ero il loro obiettivo. Loro volevano impedire le nostre riprese. Per quell’episodio due persone sono state rinviate a giudizio al Tribunale di Vibo, ma il processo non è ancora iniziato”.

Cosa significa per te quell’episodio?
“È accaduto in piazza, in pubblico, davanti a decine di persone. Hanno dato un segnale. Hanno reso manifesto che il mio modo di lavorare non è gradito. La ‘ndrangheta e i suoi componenti pretendono e ottengono di essere trattati da tutti con grande rispetto, di non essere osservati da vicino. Per il codice della ‘ndrangheta, chi va a casa di uno di loro e suona il campanello senza essere stato invitato, come ho fatto io, manca di rispetto, fa un’intrusione in una sfera inviolabile. Ha dato fastidio questa mia trasgressione della regola, non l’atto in sé”.

Ti hanno fatto capire che devi considerare inviolabili anche certi esercizi pubblici…
“Sì, perché la ‘ndrangheta occupa l’intero territorio. Io, come dicevo, a Vibo Valentia sono stato aggredito in piazza, il luogo pubblico per eccellenza. Mi hanno fatto capire che considerano altrettanto inviolabili bar, drogherie, farmacie, altre attività commerciali utilizzate per controllare il territorio in maniera capillare. Naturalmente, ci sono zone più o meno penetrate dagli interessi mafiosi. Non tutta Reggio Calabria è controllata al massimo grado, ma per la maggior parte lo è…”.

Tu sei stato minacciato in un bar. Perché, cosa avevi fatto?
“Nulla, in realtà. Ma in certi bar entrano ed escono anche i pregiudicati, parlano fra loro, si scambiano informazioni. Io mi metto lì e guardo, ascolto, intento a leggere le mie carte. In un altro territorio nessuno ci avrebbe trovato da ridire. Invece in Calabria questo dà fastidio. Lì è così, tant’è che mi hanno detto di non tornare più in quel bar”.

Oltre all’aggressione, agli insulti sui social network, hai ricevuto querele per diffamazione che appaiono piuttosto pretestuose. I mafiosi vivono fuorilegge ma si rivolgono alla legge per tutelare la loro reputazione. Cosa ne pensi?
“In qualche modo vorrebbero dimostrare che, in realtà, chi fa qualcosa di illegale sei tu che dici che cosa accade. E anche un modo di scoraggiarti, di punirti costringendoti a spendere dei soldi, di  indebolirti economicamente come spiega bene Ossigeno. 

Come ti vedono i calabresi? Come vedono questo strano giornalista che dà fastidio? Ti sei posto questa domanda?
“Sì, certo. All’inizio mi consideravano pazzo. Adesso si stanno ricredendo. Ricevo lettere di persone che mi raccontano la loro storia. Mi arrivano testimonianze sia di persone estranee alla ‘ndrangheta sia di familiari di appartenenti ai clan che esprimono dissenso dai loro capi, dall’interno delle loro famiglie. Queste persone ci contattano, ci danno informazioni dall’interno del loro clan. Abbiamo già fatto due o tre interviste a questi personaggi. Per me è una grande soddisfazione. Ovviamente stiamo molto attenti con queste cose, perché il rischio di essere strumentalizzati è dietro l’angolo. Queste testimonianze di membri di famiglie di ‘ndrangheta, che dicono il loro nome, che parlano chiaro, che fanno nomi e cognomi, sono molto interessanti. Ovviamente, per non farli ammazzare, nei nostri servizi televisivi non diciamo il loro nome e non li inquadriamo: facciamo recitare le loro parole da altri”.

Cosa significa che queste persone si rivolgono a voi?
“Che la gente sta simpatizzando con noi. È un segnale importante. Attualmente chi manca all’appello è la società civile, quella vera. Ed è colpa anche nostra, di noi giornalisti”.

Perché?
“Perché siamo lontani dalla gente. Perché la maggior parte delle persone considera negativamente i giornalisti, li considera sbirri, infami. Sono giudizi ingiusti, lo so, ma è così. Dobbiamo riuscire a cambiare questa percezione”.

La società civile può fare qualcosa?
“La società civile in Calabria non esiste. Lasciamo stare per un attimo quella che dovrebbe opporsi alla mafia. Prendiamo le morti per tumore dovute all’interramento di rifiuti. Nemmeno di fronte a queste cose si è manifestata una società civile in grado di reagire. Le persone muoiono e nessuno dice nulla: non c’è un associazionismo che interviene”.

Ricordi un episodio che ti ha spaventato al punto da farti pensare: adesso smetto?
“No, mai! Una volta una persona, sempre al solito bar che frequento e dove incontro persone dei clan, mi ha detto: se tu sapessi quanto è profondo il mare, non faresti le cose che fai. Lo ricordo bene”.

La RAI, il servizio pubblico radiotelevisivo fa bene la sua parte?
“No, assolutamente. Manca completamente, non svolge il suo ruolo, né da un punto di vista umano, né per quanto riguarda la presenza né sul piano editoriale. La mancanza di una sponda da parte del servizio pubblico rende ancora più pericoloso il lavoro che fanno i giornalisti come me. La RAI fa bene a impegnarsi per dare spazio alla commemorazione dei giornalisti uccisi, perché è giusto ricordarli e tramandare il loro ricordo ai giovani, ma è altrettanto necessario pensare ai giornalisti vivi, a coloro che potrebbero morire per le stesse ragioni. Io penso che una sponda nel servizio pubblico potrebbe essere una tutela in più, molto più importante di quella della Digos. A mio avviso il servizio pubblico, che è così insensibile su questo tema, avrà delle responsabilità se succederà qualcosa ai giornalisti. Ovviamente da questo va discorso va esclusa la sede regionale della Rai che è da sempre in prima linea nel raccontare i fenomeni malavitosi”.

Pensi che per i tuoi colleghi giornalisti che fanno la cronaca locale potrebbero fare qualcosa di più?
“Ci sono cronisti calabresi che pagano prezzi altissimi per la loro attività: penso ad esempio a Michele Albanese. Ci sono altri giornalisti che pagano con la libertà il proprio impegno. Ma ce ne sono tantissimi altri che agiscono diversamente”.

RDM

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