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Cile. “La libertà dei giornalisti è molto limitata”, dice Pablo Cárdenas Squella

Il giornalista che fu perseguitato da Pinochet dice che alcuni danni della dittatura non sono stati ancora riparati. Nei giornali poco pluralismo e molta precarietà

Juan Pablo Cárdenas Squella, 67 anni, è un giornalista e un accademico cileno dell’Universidad Católica, (leggi) è un interlocutore importante per fare il punto sulla libertà di stampa in Cile. Negli anni bui della dittatura di Pinochet (1973-1990) è stato un testimone diretto delle atrocità e una vittima della repressione. Poi ha seguito con occhio critico l’evoluzione dei venticinque anni successivi, nei quali la democrazia è stata ripristinata ma la libertà di stampa è rimasta molto limitata. Ha accettato di raccontare a Ossigeno per l’Informazione la sua esperienza a partire da quando, ormai quasi quaranta anni fa, criticava il regime dalle colonne della rivista Analisis, che fondò nel 1977 e di cui fu direttore fino al 1991. I numerosi riconoscimenti e l’attenzione internazionale sulla sua vicenda gli salvarono la vita, ma non impedirono che diventasse una sorta di prigioniero personale di Pinochet.

Come ricorda gli anni della dittatura, quando scriveva il suo dissenso sulla rivista Analisis, molto elogiata da Luis Sepulveda, che l’ha definita un fortino della democrazia?

“Posso dire che sono stato il giornalista cileno più perseguitato durante la dittatura di Pinochet. Non so se questo sia un titolo di merito, ne dubito, ma questo mi ha reso il cronista cileno più conosciuto a livello internazionale”.

Perché decise di rimanere in Cile malgrado quello che le accadde?
“Sono rimasto in Cile con l’intento di proteggere ciò in cui credo: la lotta per il consolidamento della democrazia e della giustizia sociale, dunque la possibilità di esercitare la mia professione attraverso i media che ho fondato e diretto personalmente. Tutto ciò è un vero privilegio non esente da problemi e rischi quotidiani”.

In quale clima si svolge oggi il lavoro dei giornalisti cileni?
“I giornalisti cileni non lavorano in un clima molto favorevole in quanto il pluralismo dell’informazione è molto precario,  a causa della forte concentrazione della proprietà dei media e di una marcata dipendenza finanziaria dei media dagli inserzionisti pubblicitari. In pochi giornali sono presenti sindacati dei lavoratori. Inoltre in Cile la legislazione sul lavoro non fornisce ai lavoratori strumenti di rappresentanza praticabili senza mettere a rischio la stabilità del posto di lavoro. Inoltre il Collegio Nazionale dei Giornalisti raggruppa soltanto il 10-15% dei professionisti e non ha il potere di  regolare la pratica della professione né di sanzionare gli abusi della stampa, come avveniva in passato”.

Dal suo punto di vista, quanta libertà hanno i giornalisti nel suo paese?
“La libertà dei giornalisti è molto limitata. I mezzi di informazione sono fermi nell’affermazione della loro linea editoriale e in generale non concedono alcuno spazio alla libera espressione del pensiero dei loro professionisti (come avviene per i ‘difensori’ della libertà di stampa in altri paesi).

Di recente si sta varando una legge sulla stampa per rendere possibile l’accesso alle fonti di informazioni. Con la recente Legge sulla Trasparenza i giornalisti possono accedere ad informazioni su enti pubblici ma per quanto riguarda le aziende, le chiese, le Forze Armate ed altri enti, l’accesso è molto limitato e dipende molto dal tipo di referente”.

Ci sono casi di intimidazioni ai giornalisti come denunce pretestuose, minacce o pressioni per impedire la pubblicazione di determinate notizie?
La peggiore minaccia che colpisce i giornalisti è il rischio di essere licenziati arbitrariamente. Fra l’altro molti di loro sono pagati a ore o lavorano con contratti molto precari, del resto come tutti i lavoratori del mio paese”.

Esiste in Cile un osservatorio che raccoglie informazioni sui giornalisti minacciati?
“Esiste un Tribunale di Etica Professionale. Esso può rilasciare dichiarazioni sullo stato del giornalismo. Ma non ha altre facoltà. E’ un’iniziativa “privata” e fa riferimento a una frangia di ben noti giornalisti di estrema destra che appoggiarono Pinochet.

È possibile ricorrere al Collegio dei Giornalisti. Questo ente può emettere risoluzioni e sanzioni verbali snei confronti di coloro che ne fanno parte, cioè pochissimi professionisti dell’informazione”.

Le andrebbe di raccontarmi meglio la sua esperienza sotto la dittatura di Pinochet?
“Ero minacciato costantemente. Sono stato incarcerato cinque volte. Incendiarono due volte la mia casa. Ho raccontato tutto in un libro autobiografico che si intitola “Un peligro para la Sociedad” pubblicato dalla casa editrice Random House. È una storia complessa. Sono sempre stato accusato di cospirare contro lo status quo e di aver offeso il Presidente della Repubblica e le Forze Armate”.

Lei ha paragonato la libertà di stampa prima e dopo la dittatura. Qual è il suo giudizio   può spiegare meglio questo concetto?
“Ovviamente durante la dittatura non c’era più libertà di stampa. Io ho sottolineato che questa libertà non è stata ancora ripristinata del tutto. Il governo di Patricio Aylwin e della Concertacion (il primo governo eletto democraticamente dopo la dittatura, ndr) chiuse i media che erano stati organi del dissenso nei confronti della Dittatura. Ciò ha colpito il pluralismo e ha danneggiato soprattutto il giornalismo d’inchiesta. Oggi i giornalisti non vengono uccisi né incarcerati come avveniva durante la dittatura. Ma è molto semplice impedire a un giornalista di svolgere liberamente il proprio lavoro”. EM

Traduzione di Valentina Maini

Leggi l’intervista in spagnolo

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