Gand. Come fronteggiare gli attacchi ai giornalisti e la censura violenta

Intervento al seminario internazionale “Libertà di stampa sotto minaccia” promosso da Ossigeno e dalla Facoltà di legge e criminologia dell’Università di Gand, il 10 ottobre 2017

Ci sono questioni che crediamo di conoscere molto bene, ma che in realtà comprendiamo soltanto in parte. Le conosciamo poco e non riusciamo a coglierne gli aspetti essenziali. Non le comprendiamo bene. Ma ce ne rendiamo conto soltanto quando qualcuno (o qualcosa) ci apre gli occhi, scuote la nostra coscienza e ci fa dubitare d tutto. A me è accaduto qualcosa di simile, tanti anni fa, in Sicilia, quando mio fratello Giovanni fu ucciso in modo del tutto inatteso e imprevedibile. Quella tragedia cambiò la mia vita. Mi ha costretto ad aggiornare tutte le mie convinzioni, come ho raccontato nel 2009 nel libro C’erano bei cari ma molto seri, che spero di pubblicare anche in altri paesi. Intanto riassumo qui, molto brevemente, i fatti che riguardano il tema del nostro incontro.

Era il 1972. Io e mio fratello Giovanni vivevamo in Sicilia. Eravamo molto giovani. Io ero uno studente e avevo 22 anni. Lui era un giornalista. Quando fu ucciso aveva 25 anni. Sei mesi prima un misterioso omicidio aveva sconvolto la quiete della sua città. Giovanni aveva svolto un’inchiesta giornalistica su quel delitto e aveva pubblicato in esclusiva alcune notizie clamorose, in particolare una notizia che coinvolgeva persone potenti e che altri non avevano voluto pubblicare, sebbene fosse vera. Questa: fra i sospettati del delitto c’era il figlio del magistrato più alto in grado della città. Giovanni fu ucciso per aver pubblicato quella notizia e non fu possibile ottenere che fosse fatta pienamente giustizia, che fossero puniti, oltre agli esecutori, i mandanti di quel delitto.

Questa tragedia mi ha fatto vedere la professione giornalistica in un’altra luce. Per capire bene come vanno certe cose, io stesso da allora cominciai a praticarla.

Sono passati 45 anni. Non ho mai smesso di riflettere sui molti rischi e sulle gravi ritorsioni che i giornalisti subiscono mentre svolgono il loro lavoro, sulle violenze che ostacolano la ricerca della verità e la pubblicazione di notizie su persone dotate di potere, di influenza o di forza criminale. Ho aperto gli occhi e ho scoperto che queste cose accadono spesso, contrariamente a quanto siamo abituati a pensare. Accadono molto più spesso di quanto riusciamo a immaginare e tutti dovremmo occuparcene e cercare di impedirlo.

Da quando ho scoperto questo lato drammatico della professione giornalistica, io faccio tutto il possibile per cambiare la situazione e non perdo occasione per invitare gli altri a scoprire questo problema e a fare la loro parte per risolverlo.

Chi deve risolvere questi problemi? Certamente chi fa le leggi e chi le fa applicare. Ma non soltanto loro. Io penso anche i giornalisti e le loro organizzazioni, i cittadini, gli studenti, i loro insegnanti, perché le minacce ai giornalisti danneggiano tutti, impediscono a ognuno di noi di esercitare un diritto che è di tutti, un diritto poco conosciuto e poco rivendicato, ma fondamentale: il diritto di ricevere e di diffondere informazioni.

Una libertà ampia ma limitata

Per entrare in argomento, voglio ricordare che cos’è l’informazione giornalistica. La nostra società assegna a essa la funzione di permettere la libera circolazione delle idee, delle opinioni e delle informazioni di interesse pubblico, cioè di quelle informazioni necessarie a ognuno di noi per partecipare attivamente alla vita pubblica. Nelle società democratiche, basate sulla eguaglianza e sulla partecipazione dei cittadini, la funzione della libera stampa è importante e insostituibile. In paesi come l’Italia e il Belgio, la libertà di informazione non è una pretesa, è un diritto dei cittadini. È utile sottolineare che il diritto di ricevere e diffondere liberamente informazioni appartiene a ognuno di noi, a ogni cittadino, e riguarda tutte le informazioni attuali di interesse pubblico. Fanno eccezione soltanto quelle informazioni che riguardano la sicurezza nazionale e quelle sugli atti giudiziari che, in certe fasi delle indagini, devono restare segrete per consentire alla magistratura e alle forze dell’ordine di accertare le colpe e responsabilità di chi è accusato di un delitto.

Dunque, in base alla legge, la libertà di informazione è molto ampia. Ma nei fatti non lo è, a causa di limitazioni arbitrarie e inaccettabili, di limitazioni in contrasto con la legge e la Costituzione, limitazioni arbitrarie imposte con la violenza, con intimidazioni, con gravi abusi che impediscono a noi cittadini di conoscere informazioni importanti.

Nei fatti il nostro diritto di ricevere informazioni è fortemente limitato anche se non ne abbiamo una chiara percezione, anzi abbiamo l’impressione di essere sommersi tutti i giorni da un flusso imponente ed eccessivo di informazioni. È vero che le informazioni che ci raggiungono sono moltissime. Ma se analizziamo la pioggia di informazioni che ci investe vediamo che abbondano le informazioni non essenziali e invece spesso mancano notizie importanti che avremmo diritto di conoscere, che ci sarebbero utili per sapere cosa accade intorno a noi e partecipare attivamente alla vita pubblica. Mi riferisco, in particolare, alle informazioni, indubbiamente importanti, sui personaggi politici investiti da scandali, sul comportamento scorretto o illecito di personaggi pubblici, di uomini che amministrano il potere e il denaro pubblico.

I cittadini hanno diritto di ricevere anche queste informazioni. Lo stabiliscono sia la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sia la Convenzione Europea dei Diritti Fondamentali, sia le Carte Costituzionali dei nostri paesi che hanno recepito quei principi. In base a questi principi i media devono essere veicoli imparziali, devono veicolare verso i cittadini anche queste informazioni. Se vogliamo fare un paragone, i media dovrebbero funzionare con la stessa imparzialità con cui funzionano i mezzi di trasporto pubblici. Autobus, treni, traghetti, aerei di linea trasportano i passeggeri dove essi vogliono andare, senza fare distinzioni, in base a ciò che i passeggeri pensano, alle loro intenzioni e alle loro idee politiche. L’imparzialità del trasporto pubblico è un diritto radicato e incontestabile. Se qualcuno impedisce arbitrariamente a un passeggero di andare dove vuole e quando vuole con un mezzo di trasporto pubblico ciò suscita immediate proteste e le autorità pubbliche intervengono per ripristinare l’imparzialità del servizio.

La parzialità e la discrezionalità dei media

Invece nel mondo dell’informazione la parzialità e la discrezionalità sono ampiamente tollerate. Ogni giorno giornali e giornalisti scelgono quali “passeggeri” trasportare e ne scartano alcuni senza darne conto a nessuno. Scartano alcune notizie in base a criteri di convenienza politica o economica. Ne scartano altre perché è rischioso pubblicarle a causa di minacce, intimidazioni, ritorsioni violente certe o probabili, o di abusi di persone che a torto o a ragione potrebbero ritenersi ingiustamente danneggiate.

Tutti i giorni i giornali decidono di non pubblicare notizie che i lettori avrebbero il diritto di conoscere. Tutti i giorni violano più o meno gravemente il dovere di fornire informazioni in modo completo e imparziale. Ma raramente si leva qualche protesta dal pubblico e c’è qualche intervento delle autorità per ripristinare l’imparzialità e la completezza del servizio.

Intanto i giornalisti e gli editori ricevono sempre più spesso pressioni indebite, intimidazioni, minacce, querele pretestuose e ritorsive da chi pretende il silenzio su determinate notizie.

Com’è possibile che tutto ciò accada e non se parli? Perché è così difficile dire ciò che accade?

Io credo che dipenda da vari fattori. Dal fatto che:

  • i trasgressori sono forti e impuniti
  • la pressione intimidatoria è più alta di quanto si pensi
  • non osiamo chiamare queste cose con il loro vero nome, dire che si tratta di censura, di una variante di ciò che storicamente abbiamo indicato con questa parola.

Dire che si tratta di censura

Sono certo che questi fatti farebbero più impressione, scuoterebbero profondamente le coscienze e accenderebbero l’attenzione pubblica se noi, invece di dire che ci sono giornalisti minacciati, che si usa la violenza per mettere a tacere le notizie sgradite, che si ricorre alle querele pretestuose e strumentali per intimidire chi scrive verità scomode, e così via, dicessimo semplicemente che è tornata la censura, ci sono dieci-cento episodi di censura mascherata, imposta con violenze e abusi.

Il primo a porre il problema in questi termini e a usare la definizione “censura mascherata” è stato il Commissario per i Diritti Umani, Nils Muiznieks. Le minacce e gli attacchi contro i giornalisti – affermò nel 2012 – equivalgono alla censura in quanto mirano a “chiudere loro la bocca e a convincerli a non andare avanti con il loro lavoro”. In quella occasione il Commissario Muiznieks citò una sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo per ricordare che i governi nazionali non possono stare a guardare passivamente il succedersi delle minacce e delle ritorsioni, poiché essi hanno l’obbligo di creare un ambiente favorevole al lavoro dei giornalisti, in cui si possa pubblicare, senza timore di violenza e ritorsioni, anche informazioni e opinioni considerate scomode da chi detiene il potere economico, culturale o politico. Siamo grati al Commissario per i Diritti Umani, perché con questa efficace definizione ha acceso la luce su questo fenomeno che tutti si sforzano di non vedere.

Osservatorii sulle violazioni della libertà di stampa

Siamo grati al Commissario anche per la sua proposta, formulata nel 2015, di creare, in ogni paese, un osservatorio indipendente sugli episodi di censura mascherata e di collegare tutti questi centri di osservazione in una rete pan-europea.

Questa anche a mio parere è la strada giusta per sollevare la questione in modo corretto e in termini oggettivi.

In Italia “Ossigeno per l’Informazione”, l’associazione di volontariato che ho l’onore di dirigere, ha percorso questa strada e, sulla base di una esperienza decennale, può dire che osservare con continuità gli episodi di censura mascherata e violenta e rappresentarli in modo oggettivo può cambiare il modo di vedere e di percepire il fenomeno.

Prima nessuno voleva ammettere che in Italia si verificassero episodi di censura violenta e mascherata. Ossigeno ha dimostrato con i fatti che invece le minacce e gli abusi c’erano ed erano gravi e numerose.

Il monitoraggio di Ossigeno per l’Informazione ha colmato questo vuoto e ha acceso la luce sul fenomeno. Lo ha fatto nel modo più semplice: cercando informazioni e accertando la veridicità dei fatti con il metodo dell’ inchiesta giornalistica, rendendo noti gli episodi tempestivamente sul web e classificandoli in base alla tipologia di attacco. In questo modo dl 2006 a oggi Ossigeno ha documentato migliaia di gravi violazioni della libertà di stampa, attuate in Italia con minacce, ritorsioni e abusi dei procedimenti giudiziari. Ha dimostrato che in dieci anni in Italia almeno 3380 giornalisti e blogger, che Ossigeno ha indicato pubblicandone i nomi, sono stati indebitamente ostacolati nel loro lavoro, con evidente violazione della libertà di espressione e di stampa, con atti violenti o con accuse giudiziarie pretestuose, mentre erano impegnati a riferire episodi di cronaca. Bisogna sottolineare che i giornali e i notiziari radio-televisivi hanno dato notizia di circa un episodio ogni cento riferiti da Ossigeno.

E questi 3380 nomi sono solo la punta dell’iceberg, la piccola parte visibile di un fenomeno che, secondo le stime di Ossigeno è almeno quindici volte più esteso e quindi coinvolge oltre la metà dei giornalisti italiani in servizio attivo.

Le violazioni più gravi da noi registrate e documentate sono le minacce di morte a decine di giornalisti, alcuni dei quali vivono protetti dalle forze dell’ordine. Molti altri giornalisti sono esposti a rischi gravi ma non hanno alcuna protezione. Le violazioni comprendono intimidazioni, avvertimenti, attacchi fisici, discriminazioni, forzature del segreto professionale, abusi della legge sulla diffamazione, richieste di danni pretestuose e infondate. Gli abusi del diritto sono il 40 per cento del totale.

La conoscenza dettagliata del fenomeno ha permesso a “Ossigeno per l’Informazione” d formulare una serie di proposte per ridurre drasticamente il numero e l’effetto di queste minacce. Alcune, a nostro avviso, sono valide anche in altri paesi. Fra queste la protezione penale del diritto di informazione, analogamente a ciò che avviene per altri diritti.

Il silenzio non è un alibi

In conclusione voglio dire che il silenzio dei media su questo fenomeno pesa molto, ma non è un alibi valido per non agire. Dobbiamo ascoltare la nostra coscienza. Dobbiamo guardare la realtà e credere a ciò che vediamo con i nostri occhi. Non dobbiamo farci scudo dei luoghi comuni e degli stereotipi rassicuranti. Dobbiamo avere il coraggio di aprire bene gli occhi, servirci delle buone pratiche realizzate in altri paesi e rimboccarci le maniche. Dobbiamo fare tutti la nostra parte, giornalisti e cittadini, senza nasconderci dietro pensieri pensati da altri, dietro luoghi comuni che non spiegano ciò che accade intorno a noi.

Noi europei, noi occidentali abbiamo la grande responsabilità di rendere vivi e praticati i diritti umani fondamentali. Dobbiamo denunciare le gravissime violazioni della libertà di stampa che avvengono nei paesi autoritari, dobbiamo prestare la nostra voce a chi in quei paesi non può parlare. Ma se vogliamo essere esportatori sinceri e credibili dei grandi valori di uguaglianza, di libertà e di democrazia dobbiamo dire anche cosa accade di brutto a casa nostra e impegnarci affinché non accada più.

ASP

Read in English

Licenza Creative Commons I contenuti di questo sito, tranne ove espressamente indicato, sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *