Libertà d'informazione

Giornalisti. Sondaggio. In Europa uno su tre ha subito violenza fisica

La ricerca del Consiglio d’Europa illustrata a Malta dalla prof. Marilyn Clark durante il seminario di Ossigeno. Le interferenze generano paura e autocensura

Un terzo dei giornalisti dell’Unione Europea ha subito, negli ultimi anni, violenze fisiche; il 69% ha subito violenze e pressioni psicologiche (umiliazioni, intimidazioni, minacce, diffamazione e calunnia). Il 37% si è difeso con l’autocensura. Questi sono i dati più rilevanti emersi dalla recente ricerca condotta – su incarico del Consiglio d’Europa (leggi) – dalle professoresse Marylin Clark e Anna Grech della Facoltà di Benessere sociale dell’Università di Malta, allo scopo di misurare la diffusione delle interferenze ingiustificate nell’attività giornalistica: cioè quegli “atti e/o minacce all’integrità fisica e/o morale” che i giornalisti subiscono in Europa e “che interferiscono con la loro attività professionale”.

I 940 giornalisti che, fra aprile a giugno del 2016, hanno risposto al questionario diffuso nei 47 stati membri del Consiglio d’Europa e in Bielorussia, dicono che queste violenze si verificano quotidianamente e ovunque e destano seria preoccupazione.

Il 76% degli intervistati non si sente protetto da forme di sorveglianza mirata; il 40% ha ammesso che le interferenze nel lavoro hanno condizionato la vita privata; il 23% ha dichiarato di aver subito persecuzione in ambito giudiziario (arresto, indagini a carico, minacce di querela e querele).

Lo studio mirava in particolare a sapere quanti giornalisti reagiscano alle violenze e alle intimidazioni attivando meccanismi di autocensura. E la risposta è arrivata. Il 37% degli intervistati ha dichiarato che pressioni e attacchi hanno condizionato il lavoro, spingendo ad autocensurarsi.

La pressione spinge a non denunciare intimidazioni e violenze. Il 28% di coloro che hanno subito pressioni dice di non avere informato neanche i propri colleghi e il proprio editore. Il 40% non lo ha detto nemmeno ai rappresentanti sindacali e alle associazioni di categoria. Il 57% non ha denunciato l’episodio alle forze dell’ordine. Fra quelli che l’hanno fatto, il 23% ha dichiarato di non essere soddisfatto della risposta ottenuta. Il 36% dichiara di aver constatato, quale effetto delle pressioni, “un aumento della resilienza”, cioè della propria capacità di resistere e reagire a successivi attacchi dello stesso genere.

“La libertà di espressione è essenziale per lo sviluppo della società” ed essa viene sostanzialmente negata, se si verifica un numero così alto e “crescente di intimidazioni e interferenze indebite anche nei paesi democratici”, ha affermato, il 6 dicembre 2017, a La Valletta, la professoressa Marylin Clark, presentando questi dati al seminario organizzato da Ossigeno per l’Informazione e dal suo Ateneo, per discutere delle pressioni ai giornalisti dopo l’uccisione di Daphne Caruana Galizia.

Come ovviare a questa situazione? Clark ha chiesto che le autorità di ogni paese “implementino le Raccomandazioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa CM/Rec(2016)4 per la protezione del giornalismo e la sicurezza dei giornalisti e degli altri operatori dei media”, rafforzando i meccanismi di prevenzione, di protezione, di promozione dell’azione giudiziaria nei confronti degli aggressori e promuovendo a livello generale una maggiore informazione sul tema, per incrmentare la consapevolezza del problema a livello diffuso.

MF

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