Minacce

Libertà di ricerca. Eni condannata per lite temeraria. Voleva 5 milioni

L’azienda dovrà versare 50mila euro alla geologa Albina Colella (Università Basilicata) citata per diffamazione. Lei commenta: “Faccio un mestiere pericoloso”

Il Tribunale civile di Roma ha condannato la società energetica Eni a versare 50mila euro alla professoressa Albina Colella, docente ordinario di geologia all’Università degli studi della Basilicata che ha sede a Potenza. Per effetto della sentenza, l’Eni deve versare 25mila euro per lite temeraria e altri 25mila euro per spese legali. Il 10 marzo 2015, l’Eni aveva citato in giudizio Albina Colella chiedendo 5 milioni e 500mila euro di risarcimento danni per diffamazione. La sentenza di primo grado, emessa il 7 luglio 2017, ha rigettato questa richiesta.

L’Eni ha accusato la professoressa di aver divulgato alcune notizie su un presunto inquinamento di acque, in contrada La Rossa del Comune di Montemurro (Potenza) senza basarsi su un idoneo accertamento scientifico. Albina Colella aveva ipotizzando che le acque impure emerse nel terreno vicino al pozzo petrolifero Costa Molina 2 potessero essere alimentate dalle stesse acque di strato che Eni, dopo averle separate dagli idrocarburi estratti, reimmetteva in quel giacimento con la tecnica di “reiniezione” (vedi).

Il Giudice del Tribunale di Roma ha ritenuto la richiesta di Eni “esorbitante”. Nella sentenza ha scritto che la divulgazione dei risultati della ricerca rientra nella libera manifestazione del pensiero e – in questo caso – nel diritto di libertà della ricerca, costituzionalmente garantiti; che la vicenda – legata alla salubrità dell’ambiente era da tempo al centro del dibattito pubblico e pertanto si trattava di una questione di importante rilevanza pubblica; infine, che le dichiarazioni della professoressa non avevano mai superato i limiti della continenza espressiva.

“Questa sentenza è importante – ha dichiarato la professoressa Colella, intervistata da Ossigeno – perché ribadisce il diritto alla manifestazione del pensiero e garantisce la libertà della ricerca, principi entrambi garantiti dalla nostra Costituzione (“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, dice l’articolo 22, ndr). Ma anche perché il giudice dice che questi principi valgono quando l’informazione è corretta. L’informazione deve essere documentata dai fatti. La mia affermazione lo era, non era una semplice opinione. Ho svolto un lavoro scientifico. Ho pubblicato i risultati su riviste internazionali e li ho presentati in convegni internazionali. Li ho pertanto sottoposti al dibattito critico, a persone competenti. Ero ben certa di ciò che dicevo. Nella scienza si fanno ipotesi scientifiche e io ho sempre parlato di ipotesi scientifica, ovviamente supportando la mia ipotesi con i dati. Questa vicenda mi dice che anche il mestiere dello scienziato, del ricercatore sta diventando molto pericoloso. Mi insegna che una persona che crede davvero in ciò che dice, deve andare fino in fondo per sostenere le sue convinzioni. Io credevo molto in ciò che ho detto”.

“La cosa ha fatto scalpore perché la posta in gioco era alta e c’era il rischio che Eni potesse interrompere l’estrazione petrolifera. Le acque erano ricche di idrocarburi, di sodio, di metalli come il piombo e le caratteristiche somigliavano molto a quelle di scarto delle acque petrolifere”.

Albina Colella aveva iniziato la sua ricerca nel 2013 con fondi dell’Università“ su istanza di cittadini lucani preoccupati per il fenomeno che si stava verificando in quei luoghi dove erano apparse acque anomale”, in particolare in seguito a una richiesta di aiuto del proprietario dei terreni, che si è rivolto anche alla polizia locale. La ricerca è durata fino a quando i fondi disponibili si sono esauriti. “Non ho chiesto all’Università di rifinanziarla – ha spiegato la professoressa – perché essa sopravvive grazie anche alle royalty del petrolio. Non ho voluto creare problemi né mettere in imbarazzo i miei colleghi”.

Dalle analisi, ha detto, ho visto che “le acque erano ricche di idrocarburi, di sodio, di metalli come il piombo. Le caratteristiche somigliavano molto a quelle delle acque petrolifere di scarto. La cosa ha fatto scalpore perché la posta in gioco era alta: c’era il rischio che l’Eni potesse interrompere l’estrazione petrolifera in Basilicata”.

L’Eni aveva reagito giudiziariamente dopo che la stampa locale, in alcuni articoli, aveva riferito i risultati della ricerca di Albina Colella. La professoressa aveva affermato in una conferenza pubblica che “in un’interpretazione preliminare” della problematica, le acque emerse nelle pozze somigliavano “a quelle di produzione petrolifera”. La frase era stata riportata dai giornali. La professoressa aveva ripetuto le sue convinzioni in televisione, partecipando a una puntata della trasmissione Presa Diretta, e il caso aveva avuto risonanza nazionale.

L’Eni non ha contestato nulla ai giornali. Nell’atto di citazione notificato alla professoressa, l’azienda l’ha accusata di averle causato danni d’immagine irreparabili e di procurato “allarme sociale” attraverso l’eco mediatica delle sue dichiarazioni.

“L’allarme sociale c’era già dagli Anni Novanta. In realtà – ha commentato Albina Colella – questa vicenda ha creato  danni d’immagine soltanto a me”. Lei avrebbe ritenuto giusto ottenere dal giudice un risarcimento più alto e ha spiegato perché.

“Poco prima che esplodesse il caso – ha spiegato – i legali di Eni avevano scritto una lettera a me, al rettore della mia Università e al Ministro della Ricerca, nella quale fanno affermazioni volte a delegittimare la mia professionalità. Era una lettera privata. Ma il giorno dopo i quotidiani locali l’hanno sbattuto in prima pagina, senza nemmeno chiedermi un commento o una replica. Io l’ho saputo molto tempo dopo, altrimenti avrei reagito. Comunque, mi ritengo fortunata perché la vicenda non ha danneggiato la mia carriera, perché il rettore prese le mie difese e perché la società civile mi ha sempre sostenuto”.

Dopo la citazione, la professoressa si è costituita in giudizio, evidenziando di aver condotto le ricerche nel pieno rispetto del codice etico; che le polemiche sulla reiniezione – da tempo al centro del dibattito pubblico e oggetto di interrogazioni parlamentari – risalivano al lontano 1996 e che l’amministrazione comunale di Montemurro aveva sollevato perplessità su quella vicenda. “Ho cominciato la mia ricerca – ha spiegato – proprio accogliendo ripetute istanze di cittadini preoccupati per quelle pozze d’acqua. D’altronde l’Università della Basilicata è nata affermando il suo impegno per la difesa del suolo, impegnando i docenti ad ascoltare le istanze dei cittadini e a divulgare le loro ricerche attinenti i problemi del territorio. I docenti svolgono un ruolo sociale”.

Le preoccupazioni per gli effetti della reiniezione delle acque nel pozzo petrolifero Costa Molina 2 sollevata dalla professoressa Colella sono state oggetto di attenzione pubblica anche dopo la sentenza del 7 luglio 2017. Tuttora sono oggetto di controversie a livello amministrativo. Il 27 ottobre 2017, il seguito al riscontro di sostanze pericolose in una delle vasche di stoccaggio delle acque di strato e in testa del pozzo, la Giunta regionale della Basilicata ha deliberato la sospensione dell’attività di reiniezione (vedi). Poi, il 19 dicembre, a seguito dei risultati di nuove analisi chimiche, la stessa Giunta regionale ha revocato la sospensione, imponendo un monitoraggio costante della situazione (leggi). Albina Colella ha commentato che lo spirito della sua ricerca era proprio quello di sollecitare attenzione e approfondimenti da parte degli Enti preposti ai controlli.

Per tutt’altra vicenda, la professoressa Colella è attualmente impegnata a difendersi in Corte d’Appello da una condanna a una pena complessiva di nove anni di reclusione per concussione e peculato (leggi) emessa dal Tribunale di Potenza, nel 2015, in relazione a un progetto di ricerca sulle risorse idriche della Val d’Agri, finanziato dalla Regione con fondi europei.

RDM

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Questo episodio rientra nelle statistiche delle intimidazioni agli operatori dell'informazione di Ossigeno per l'Informazione

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