Libertà d'informazione

Tutela legale Ossigeno. Prosciolto Roccuzzo, agì in buona fede

Fu indotto in errore da una fonte qualificata che aveva chiesto una precisazione. È stato difeso dall’avv. Di Pietro, dell’Ufficio legale dell’Osservatorio

Un giornalista che, agendo in buona fede, pubblica una rettifica contenente un errore che danneggia la reputazione di qualcuno non deve rispondere, per questo, di diffamazione: è il principio di diritto in base al quale il Gip di Roma, Rosalba Liso, ha archiviato il procedimento a carico del giornalista Antonio Roccuzzo, caporedattore del TG La7. In sostanza, secondo l’ordinanza, un giornalista non risponde di quanto scritto in rettifica, perché in tale contesto assume la veste di mero nuncius, con l’unica limitazione che non deve pubblicare rettifiche contenenti affermazioni che appaiano immediatamente e autonomamente lesive della reputazione di terze persone.

Il processo ha dimostrato la non colpevolezza del giornalista, la cui difesa era stata assunta da Ossigeno per l’Informazione con l’avvocato Andrea Di Pietro. Il gip, accogliendo pienamente la linea difensiva, ha riconosciuto la scusabilità dell’errore in ragione dell’affidabilità del soggetto che aveva chiesto la rettifica. Si trattava difatti di una fonte qualificata, le cui precisazioni non erano sindacabili da parte del giornalista. Inoltre, il gip Rosalba Liso ha riconosciuto l’assenza di dolo e la buona fede di Roccuzzo, testimoniata anche dal fatto di aver pubblicato immediatamente la rettifica, porgendo le scuse alla persona erroneamente coinvolta in una storia di infiltrazioni mafiose.

Roccuzzo era indagato per diffamazione a mezzo internet nei confronti di Ines Sartori, vice segretario comunale di Brescello (Reggio Emilia), per un articolo pubblicato il 13 giugno 2015 sul suo blog ospitato dal Fatto Quotidiano. Lo scritto raccontava l’annosa vicenda di Donato Ungaro, vigile urbano del Comune di Brescello e corrispondente di un giornale locale, licenziato 14 anni prima per aver raccontato le infiltrazioni mafiose nell’ente locale.

In effetti, il Comune di Brescello fu sciolto per mafia, ma soltanto nel 2016. Contro il licenziamento, Ungaro intentò una causa di lavoro contro l’amministrazione comunale, ottenendo dopo ben 14 anni una sentenza definitiva di reintegro nel posto. L’articolo pubblicato da Roccuzzo nel 2015 riguardava la storia di Ungaro e le infiltrazioni mafiose sia nel Comune di Brescello sia in quello di Viadana. I due paesi sono limitrofi. Al momento della pubblicazione di quell’articolo, il Consiglio comunale di Viadana era stato già sciolto e su quello di Brescello erano in corso accertamenti della Prefettura. Nel testo è scritto, tra l’altro, che il vice-segretario comunale di Viadana “è collaboratore anche del Comune di Brescello”. Su questo punto il segretario comunale di Viadana, Antonino Lembo, chiese a Roccuzzo, per telefono, di rettificare.

La rettifica pubblicata da Roccuzzo però chiamò in causa in modo impreciso Ines Sartori, che era stata presidente del Consiglio comunale e poi assessore del Comune di Viadana, e contemporaneamente, dipendente dal 2003 del Comune di Brescello, del quale diventa successivamente vicesegretario comunale. Nella precisazione pubblicata su richiesta di Antonino Lembo, era scritto che la Sartori – indicata senza farne il nome ma in modo chiaro – si era dimessa da assessore di Viadana “per scandali e altre storie”. Fatto non vero, quest’ultimo, in quanto la stessa si era dimessa nell’anno precedente lo scioglimento e con una motivazione di incompatibilità politica con l’amministrazione in carica. Su queste basi, Ines Sartori ha interposto querela per diffamazione contro Roccuzzo, lamentando di essere stata indicata erroneamente quale componente della giunta comunale di Viadana sciolta dal Prefetto per infiltrazioni della criminalità organizzata.

GFM

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