Commento

Che cosa facciamo in Europa se uccidono 2 giornalisti in 4 mesi?

Un efficace sistema di monitoraggio delle minacce e delle violazioni della libertà di stampa potrebbe prevenire questi gravissimi delitti, come avviene già in Italia

Prima a Malta, poi in Slovacchia. Dopo Daphne Caruana Galizia, uccisa a novembre del 2017, il 22 febbraio è stato assassinato un altro giornalista, Jan Kuciak. Nei paesi dell’Unione Europea, non si assisteva da molto tempo all’eliminazione fisica dei giornalisti. In tutti questi paesi ci sono molti cronisti che con il loro lavoro disturbano affari, danneggiano carriere, contraddicono i potenti, non si piegano alle pressioni, non praticano l’autocensura. Non sempre e non tutti sono tollerati. Chi ha potere, chi impugna il bastone del comando, spesso reagisce, ma sempre più raramente ricorre all’omicidio. Oramai, pensavamo, si usano altri metodi, meno cruenti, ma altrettanto efficaci. Questi due efferati omicidi, nell’arco di quattro mesi, in due paesi UE, dicono che non è così. E pongono alcune  precise domande: perché in questi paesi per imbavagliare i giornalisti non si esita a uccidere? Che cosa sta accadendo di nuovo, in questi paesi? Come si è arrivati a questi delitti? Che cosa possiamo fare per impedire che fatti simili si ripetano?

Noi europei dobbiamo chiedercelo tutti insieme, perché quando uccidono un giornalista in Slovacchia o a Malta è come se l’avessero ucciso a casa nostra. Non è retorico dirlo. Sia pure con tutte le barriere linguistiche e culturali, l’Europa è la nostra casa comune. Quando hanno ucciso Daphne Caruana Galizia abbiamo detto: per noi è come se fosse avvenuto a Palermo, a Napoli, a Roma. Lo ripetiamo oggi per Jan Kuciak e la sua compagna.

Apprendiamo adesso che Jan Kuciak era un giornalista investigativo molto noto, che da anni criticava il premier Robert Fico e suoi ministri per presunti affari poco chiari con alcuni imprenditori, e che un anno fa sarebbe stato minacciato da uno di questi imprenditori.  Avremmo voluto saperlo prima che fosse barbaramente ucciso nella sua casa insieme alla fidanzata, a colpi di pistola. Se lo avessimo saputo in tempo, avremmo potuto aiutarlo, proteggerlo. Se avessimo parlato delle minacce che subiva, Jan Kuciack non avrebbe dovuto affrontare in solitudine questa faccenda e probabilmente la storia non si sarebbe conclusa con la sua morte. Invece lo abbiamo saputo dopo. E’ accaduto nuovamente ciò che una adeguata e doverosa protezione avrebbe potuto evitare.

Fino al 1993 anche in Italia si uccidevano i giornalisti. Ne sono stati uccisi undici. Ossigeno li ricorda consegnando alle istituzioni, alle Università, alle scuole un pannello murale della memoria che ricorda i loro nomi insieme a quelli di altri 17 giornalisti italiani all’estero mentre facevano il loro mestiere. Quando consegniamo questo pannello e discutiamo con gli studenti, spieghiamo che in Italia dopo il 1993 non sono stati uccisi altri giornalisti perché sono cambiate molte cose. Perché si è creata una rete di protezione pubblica intorno a loro. Perché gli organi di polizia hanno scoperto in tempo e sventato i piani per ucciderli. Perché le forze dell’ordine hanno cominciato a proteggere con le armi i giornalisti più esposti a rischi e minacce, anche quelli che criticano il governo in carica. Perché esistono un sindacato e un Ordine dei Giornalisti. Perché c’è un osservatorio come Ossigeno per l’Informazione che, con il suo monitoraggio, fornisce la diagnosi precoce di ogni minaccia rivolta ai giornalisti e ciò permette di adottare tempestivamente le cure necessarie.

In un convegno che Ossigeno ha organizzato a Malta a dicembre del 2017, poche settimane dopo la morte di Daphne Caruana Galizia, dopo aver ricordato queste cose, abbiamo affermato che in Italia quella giornalista non sarebbe stata uccisa. E diciamo ora che in Italia neppure Jan Kuciack sarebbe stato assassinato.

L’Italia non è certamente il paradiso, un luogo dove la libertà di informazione trionfi sempre. È innegabile che ci siano molti giornalisti minacciati e molti problemi irrisolti,  come è documentato da Ossigeno. Ma per la protezione dei giornalisti l’Italia non è all’anno zero. Certamente ha fatto molta strada e oggi è a metà del cammino. Certamente è più avanti di altri paesi europei. In Italia anche i giornalisti che hanno criticato il governo e la maggioranza sono stati protetti in modo adeguato. In Italia ci sono organizzazioni dei giornalisti che creano una cornice di garanzia, per cui nessuno deve difendere da solo il suo lavoro e il suo ruolo sociale.

Per proteggere i giornalisti occorrono regole, istituzioni, ma innanzitutto un’attività di monitoraggio continuativa in ogni paese, sia per individuare le violazioni della libertà di stampa e gli attacchi ingiustificabili contro i cronisti e correre tempestivamente in soccorso di quelli che hanno bisogno di aiuto, sia per avere un quadro attendibile e sempre aggiornato della situazione.

Negli ultimi dieci anni Ossigeno ha svolto questo ruolo. Come una Cassandra ha descritto un quadro di problemi che molti non riuscivano a vedere e che le stesse vittime non riuscivano e ancora oggi non riescono a denunciare, per un senso di pudore e vergogna che è ingiustificato, che  dobbiamo superare.

ASP

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