Minacce

Paolo Borrometi. Com’è stato scoperto e sventato il piano mafioso

Alcune intercettazioni giudiziarie hanno rivelato che imprenditori collusi e un capo clan di cui aveva svelato gli affari pianificavano da due mesi il modo di ucciderlo. 

Parlavano di come mettere in moto una quadra di cinque-dieci killer e di come e dove nascondere i sicari a missione compiuta. Avevano discusso per mesi il piano mafioso per uccidere il giornalista Paolo Borrometi , in varie telefonate. uel piano è stato svelato e sventato il 10 aprile 2018 dalla magistratura contestualmente all’arresto di quattro persone ritenute responsabili di averlo pianificato e di avere organizzato un attentato dinamitardo a scopo ricattatorio contro l’autovettura della curatrice fallimentare di un’impresa di Pachino (Siracusa), l’attentato eseguito il 30 dicembre scorso contro l’auto di un avvocato che si apprestava ad apporre i sigilli giudiziari a un’area di servizio.

Nell’ordinanza di arresto, il Gip di Catania, Giuliana Sammartino, ha scritto che, su richiesta del boss siracusano Salvatore Giuliano, il clan mafioso catanese dei Cappello “stava per organizzare un’eclatante azione omicidiaria” allo scopo di “eliminare lo scomodo giornalista” Paolo Borrometi, direttore del giornale online laspia.it, come ritorsione per le notizie che egli pubblicava rivelando gli affari ilelciti del clan. Il Gip ha scritto che “Fra l’imprenditore Giuseppe Vizzini e il boss della zona, Salvatore Giuliano, c’era “il comune interesse alla difesa della ‘reputazione’” danneggiata dalla pubblicazione di notizie sulla natura dei loro interessi.

Paolo Borrometi aveva descritto il sodalizio fra Vizzini, Giuliano e i loro rispettivi familiari, i loro trascorsi giudiziari, i loro affari, l’elezione di Vizzini al consiglio comunale di Pachino, e i retroscena dell’attentato all’auto dell’avvocato Adriana Quattropani in alcuni articoli, l’ultimo  pubblicato l’8 gennaio 2018 su La Spia con numerose fotografie (leggi).

Il piano era stato scoperto pochi giorni dopo, a gennaio, dalla polizia giudiziaria, attraverso le intercettazioni telefoniche al boss di Pachino Salvatore Giuliano, disposte nel quadro delle indagini svolte dalla Questura di Siracusa e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Catania.

L’intenzione di mettere in atto l’omicidio era stato confermato da frasi allusive dell’imprenditore Giuseppe Vizzini, uno degli arrestati. Parlando con i suoi figli, anche loro finiti in carcere, Vizzini commentava cinicamente il piano di morte con queste parole in dialetto:  “Picca n’avi” (“Ne ha ancora per poco”) e aggiungeva le seguenti frasi smozzicate: “Vedi, ti ho minacciato di morte”. “Ormai siamo attaccati da un giornalista…”. “Droga, estorsione, mafia, clan, quello, l’altro…”.

Vizzini diceva che non bisognava preoccuparsi troppo delle possibili conseguenze negative per il clan, che a suo dire sarebbero state passeggere. Lo diceva con queste parole, prospettando il piano di far intervenire una squadra di sicari da fuori: “Se sballa…  se sballa, che deve succedere, picciotti? Cosa deve succedere, picciotti… Casa affittata a Pozzallo, quindici giorni… via, mattanza per tutti e se ne vanno. Scendono una decina, una cinquina, cinque, sei catanesi, macchine rubate, una  casa in campagna, uno qua, uno qua… la  sera appena si fanno trovare, escono… dobbiamo colpire a quello, bum, a terra! E qua c’e’ un iocufocu (fuochi d’artificio, ndr)! Come c’era negli anni 90, in cui non si poteva camminare neanche a piedi… Ogni tanto un murticeddu vedi che serve, c’e’ bisogno, così si darebbero una calmata tutti gli sbarbatelli, tutti i mafiosi, malati di mafia! Un murticeddu…”.

In una telefonata intercettata, Giuseppe Vizzini “ingiuriava il giornalista Borrometi e, di rimando, il boss “Giuliano consigliava di farlo ammazzare”.”Stu lurdusu” (Questo uomo sporco, ndr) diceva Vizzini. E Giuliano replicava: “Lo so … ma questo perché non si ammazza? Ma fallo ammazzare! Ma che cazzo ti interessa?”.

In un’altra intercettazione, uno dei figli di Vizzini, Simone, uno dei quattro arrestati, parla dell’ordigno fatto esplodere nell’auto dell’avvocatessa Adriana Quattropani, mostrandosi, scrive il Gip, “infastidito dall’articolo scritto dal giornalista Paolo Borrometi che lo accusa di avere acquistato un accendino”, alludendo all’attentato alla vettura della curatrice fallimentare, “negando ogni addebito sprezzante: ‘Il fatto della bomba? E’ vero – dice Simone Vizzini ascoltato dalla polizia – io l’ho comprato l’accendino e allora? Ne posso comprare 1500 al giorno, poi ci può essere l’attentato. Le hai le prove che sono stato io a sparare la bomba? Prove non ce ne sono. A posto. Che cosa vuoi di più!”.

(Fonte ANSA)

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Questo episodio rientra nelle statistiche delle intimidazioni agli operatori dell'informazione di Ossigeno per l'Informazione

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