Libertà d'informazione

8 maggio. Federica Angeli: noi cronisti a difesa dei cittadini

La giornalista di Repubblica ha raccontato la sua esperienza. “Ho rinunciato alla mia libertà, ma ne è valsa la pena”. Non dare nome alla mafia significa non riconoscerla

“La mafia romana non ha un nome. Non darle un nome vuol dire non volerla riconoscere. La mia inchiesta a Ostia puntava a dimostrare che quella era mafia”: così la giornalista di Repubblica, Federica Angeli, ha iniziato il racconto della sua esperienza di cronista minacciata e sotto scorta, intervenendo al  convegno “Trasparenza e libertà d’informazione”, organizzato l’8 maggio in Campidoglio da Ossigeno e Agcom, con il patrocinio dell’UNESCO e con la collaborazione dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio.

Angeli ha raccontato l’esperienza di cronista che indaga il malaffare sul litorale romano di Ostia, cittadina nella quale vive. Proprio lì, nel maggio del 2013,  ha ricevuto le prime minacce. Ad attaccare lei e due operatori “precari” – ha sottolineato – fu Armando Spada, che la rinchiuse in una stanza dello stabilimento balneare Orsa Maggiore, minacciandola di morte. La giornalista stava realizzando un’inchiesta per Repubblica sulle concessioni balneari.

Due mesi dopo, a luglio,  Angeli fu testimone oculare di una sparatoria a Ostia tra uomini di clan rivali. Da quel momento vive sotto scorta e poche settimane fa ha testimoniato al processo nel quale sono imputati per tentato omicidio alcuni esponenti del clan Spada. Pochi giorni prima di quest’ultima testimonianza, alla giornalista era arrivata una lettera con un proiettile.

“C’hanno provato in tutti i modi a fermarmi –  ha detto nella sala della Protomoteca – Ho rinunciato alla mia libertà ma dopo cinque anni posso dire che ne è valsa la pena. Bisogna scegliere da che parte stare  – ha detto tra gli applausi del pubblico – e una delle funzioni dei giornalisti è anche quella di difesa dei cittadini” 

RDM


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