La dissolvenza dei fatti | Intervento Alberto Spampinato

Alberto Spampinato,
consigliere della FNSI, direttore di Ossigeno per l’Informazione

Ringrazio il preside Amitrano, per le belle parole che ha voluto rivolgere a me e ad Antonia, e per aver ospitato questo convegno che vuole essere molto concreto. Vuole aiutare a capire perché, anche per noi che in Italia ci occupiamo di limitazione e negazione della libertà di informazione, “La Cina è vicina”, come dice il titolo di un grande film di Marco Bellocchio. Qualcosa di simile alla Cina, in cui è limitata la libertà di stampa, è punito il dissenso, vengono censurate le notizie, i giornalisti vengono messi a tacere con la violenza, è anche in casa nostra. Alcune limitazioni della libertà di stampa che si verificano in Cina, che ci fanno indignare, che ci spingono a mobilitarci a difesa delle vittime, purtroppo si verificano anche in Italia. Direi che in Italia, il mondo dell’informazione ha la sua Cina che a volte è proprio davanti ai nostri occhi, ma noi non riusciamo a vederla a riconoscerla come tale. Perché la immaginiamo da un’altra parte. Perché alcuni miraggi attirano completamente la nostra attenzione, ci distraggono. Perché quando un luogo diventa simbolo di qualcosa, sia nel bene che nel male, è difficile vedere che anche in casa nostra accade qualcosa di simile. Noi abbiamo fondato Ossigeno proprio per aiutare i nostri concittadini a scoprire alcune cose che accadono sotto i loro occhi, ma loro non riescono a vedere: la realtà di centinaia di giornalisti minacciati, intimiditi, censurati, messi a tacere con la violenza o con l’abuso di una legislazione molto arretrata. Io mi sono impegnato a fondare questo osservatorio perché sono un giornalista, ma soprattutto perché ho una storia familiare drammatica. Mio fratello Giovanni era un giornalista. Era il corrispondente del quotidiano L’Ora da Ragusa e fu ucciso nel 1972 per avere dato una notizia di troppo, secondo alcuni. Solo 35 anni dopo, nel 2007, ho trovato la forza di ricostruire quella vicenda e di raccontarla nel libro-inchiesta “C’erano bei cani ma molto seri”. Volevo capire come erano andate veramente le cose e ho ricostruito la vicenda con la competenza del giornalista di lungo corso. L’ho fatto e finalmente ho capito che cosa aveva trasformato un lavoro di cronaca fatto a regola d’arte in una trappola mortale. Ho visto al rallentatore e in modo schematico come un giornalista che si ostina a pubblicare notizie vere può venire isolato, emarginato, minacciato e infine ucciso. Era il 2007 e mentre ricostruivo quella storia vedevo con i miei occhi che intorno a me accadevano fatti simili a quelli per cui fu ucciso mio fratello. Erano stati appena minacciati Roberto Saviano, Rosaria Capacchione, Lirio Abbate, e tanti altri meno noti, e nessuno riusciva a fare un collegamento fra quegli episodi. Era accaduta la stessa cosa dopo la morte di mio fratello. Non si riusciva a classificare quell’omicidio, perché non era propriamente di mafia e neppure di terrorismo o di violenza politica, e neanche di criminalità comune. Era un po’ dell’uno e dell’altro. E siccome non si riuscì a trovare la casella giusta in cui inserire il nome, l’omicidio di Giovanni Spampinato fu trascurato e alla fine dimenticato. Oggi avviene lo stesso di fronte ai tantissimi casi di giornalisti minacciati. Se ne parla poco, si parla sempre di un caso alla volta perché ognuno appare diverso dagli altri. Non si vede che hanno la stessa matrice. Che sono tutti quanti degli atti compiuti per censurare l’informazione, per bloccare la diffusione di notizie scomode per il potere legale o illegale che sia, per impedire ai cittadini di sapere delle cose che potrebbero influire sulle loro decisioni. C’è un genere di notizie che noi definiamo scomode. Sono notizie vere ma scomode per qualcuno che conta, che potrebbe esserne danneggiato. Per impedirne la circolazione in casi estremi si arriva a uccidere. In Italia sono stati uccisi undici giornalisti per fatti di mafia e terrorismo. Ma in Italia per impedire la circolazione di una notizia scomoda di solito basta fare ricorso alle intimidazioni, ad aggressioni fisiche, danneggiamenti et similia, oppure all’uso strumentale della legge sulla diffamazione a mezzo stampa, che purtroppo è una legge arcaica e punitiva verso i giornalisti. Quella legge sulla stampa fu approvata a febbraio del 1948, due mesi dopo la Costituzione che, con l’articolo 21, ad alcuni era sembrata troppo liberale. Era appena finito il fascismo che aveva cancellato del tutto, per vent’anni, la libertà di stampa, e c’era molta voglia di parlare, di esprimersi, di mostrare che il bavaglio della censura non c’era più. Perciò fu approvata quella Costituzione che apriva tutte le porte all’informazione, ma due mesi dopo con la legge sulla stampa si tolse gran parte di quella libertà. In tutti questi anni noi giornalisti siamo stati talmente felici di esserci liberati dal bavaglio del fascismo che ci siamo accontenti del bicchiere mezzo pieno che ci era stato offerto. Da poco abbiamo cominciato a capire proprio da lì, dalle limitazioni di quella legge sulla stampa, nasce la maggior parte degli abusi con i quali un giornalista può essere zittito o rovinato da una richiesta di risarcimento per una cifra superiore alle sue possibilità. Anche se ha scritto una verità sacrosanta, un giornalista può essere citato in giudizio per un milione di euro di penale. Passano anni prima che il giudice stabilisca che quella richiesta è infondata. Di solito i processi si concludono, ma non sempre. E comunque nel frattempo per tre, cinque, dieci anni il giornalista vive una situazione difficile e per non correre rischi accantona quelle notizie. Un giornale citato in giudizio deve anche accantonare il 10 per cento della somma richiesta e iscriverla in bilancio. Talvolta il giudice dà torto al giornale e al  giornalista. A Roma, ad esempio, Il Messaggero è stato recentemente condannato a pagare due milioni e mezzo di euro e con questa motivazione ha messo in pensione anticipata 50 giornalisti. Accadono queste cose in Italia e Ossigeno le documenta sul suo sito affinché si sappia e le analizza in Rapporti annuali. L’ultimo è stato tradotto e diffuso in varie lingue: inglese, tedesco, spagnolo e oggi viene pubblicata la versione cinese realizzata da Antonia Cimini, che è oltre ad essere una nostra valida collaboratrice, è una bravissima giornalista che vive a Pechino. Ha fatto questo lavoro con un impegno volontario e gratuito, perché Ossigeno si avvale solo di collaborazioni a titolo gratuito. Infatti la traduzione in inglese è stata realizzata per noi da studenti dell’Università di Bologna, la versione tedesca dal Goethe Institut di Roma e quella spagnola dall’Istituto di Cultura Cervantes di Roma. Con queste traduzioni e la diffusione del Rapporto nei rispettivi paesi noi intendiamo fare nel campo dei diritti umani una operazione culturale, di scambio di esperienze. Per fare scoprire a paesi diversi e lontani che in qualche modo hanno problemi simili. Anche la Cina e l’Italia, nel campo dell’informazione. I giornalisti intervistati da Antonia Cimini, ad esempio, ci dicono una cosa che molti di noi non sanno: che la censura in Cina c’è ma è molto meno efficace di qualche tempo fa; che la Cina non è chiusa come fino a poco tempo fa e la situazione è in evoluzione; che i giornalisti cinesi sono molto interessati a conoscere i valori base che valgono in Occidente per l’informazione giornalistica e a sapere quali problemi hanno i giornalisti negli altri paesi. Lo stesso interesse hanno dichiarato per il Rapporto Ossigeno i giornalisti spagnoli, tedeschi e di lingua inglese con i quali siamo entrati in contatto. Vogliono sapere cosa accade in Italia perché guardando i problemi dell’Italia possono scoprire se anche nei loro paesi ci sono o possono esserci problemi simili. Allo stesso modo, sapere come funziona la censura in Cina aiuta noi italiani a capire molte cose. Ad esempio a scoprire che la censura non vince mai del tutto, neppure nei regimi autoritari, perché la libertà di stampa è come un liquido incomprimibile: se si comprime schizza da tutte le parti. Ed è ciò che sta accadendo in Cina.

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