La dissolvenza dei fatti | Intervento Antonia Cimini

Antonia Cimini,
giornalista, collaboratrice di Ossigeno per l’Informazione

L’idea di tradurre in cinese il Rapporto Ossigeno sui giornalisti minacciati e le notizie oscurate è nata un anno fa a Pechino da un incontro con Alberto Spampinato. La condizione della stampa in Italia fotografata da Ossigeno per l’Informazione mi era sembrata per molti versi straordinariamente simile a quella della stampa in Cina. Abbiamo perciò convenuto che fare conoscere in Cina il fenomeno delle minacce che limita l’informazione giornalistica in Italia avrebbe aiutato i cinesi, di riflesso, a parlare di ciò che accade in casa loro. E’ stata una buona intuizione.

Oggi, per presentare il Rapporto Ossigeno in lingua cinese, abbiamo voluto dare la parola agli stessi giornalisti cinesi. Abbiamo chiesto a loro di descrivere la situazione attuale in cui lavorano i giornalisti in Cina. Abbiamo chiesto a loro dirci quale percezione hanno dei cambiamenti in corso. Nelle interviste filmate, riprodotte nel video disponibile in rete sul sito notiziario.ossigeno.info rispondono a queste domande tre personaggi fra i più influenti nel mondo dell’informazione in Cina: Yang Jisheng, ex giornalista dell’agenzia di Stato Xinhua (Nuova Cina), Li Datong, ex giornalista del Quotidiano della Gioventù e direttore del settimanale a questo abbinato Freezing Point, e Pu Zhiqiang, avvocato specializzato in diritti umani e casi riguardanti giornalisti.

Yang Jisheng rappresenta in Cina la storia del giornalismo. Ha iniziato la professione negli anno ‘60 sul campo. Prima ha lavorato nella città costiera di Tianjin, poi a Pechino, per l’agenzia stampa di Stato. Coma racconta nell’intervista, ha vissuto lo spartiacque storico e politico della fine degli anni ‘70 e ha sperimentato sia il mondo maoista, sia la stagione successiva delle riforme. Nell’era maoista, racconta Yang Jisheng il sistema della stampa era disegnato sul modello stalinista. C’erano pochi giornali e le notizie che pubblicavano erano tutte uguali. Un giornalista impegnato però poteva esercitare una funzione sociale, poteva essere una leva del cambiamento, facendo le sue inchieste, che però non erano indirizzate al pubblico dei lettori, ma erano inviate alla direzione del  Partito Comunista Cinese, che ne faceva un suo interno. Quelle inchieste contribuivano a indirizzare le scelte politiche del governo.

Con l’apertura alle riforme, negli anni ‘80 i giornali hanno cominciato a moltiplicarsi ed a diversificarsi tra loro. Sono nati moltissimi giornali locali e giornali di settore. La loro forza motrice non era più il Partito, ma il mercato. Dovevano finanziarsi con le vendite. In quel periodo nacque un  dibattito sulla necessità di una legge sulla libertà di stampa.  Yang, che è un autorevole teorico di questa libertà, e i sostenitori delle riforme economiche e politiche sono contrari all’emanazione di una tale legge: in un paese in cui non c’è libertà di espressione e in cui mancano le premesse politiche per un libero dibattito delle idee, dice Yang, la legge sulla libertà di stampa sarebbe una legge per controllare la stampa, un ulteriore strumento di censura.

Nel corso di 40 anni di attività giornalistica, Yang Jisheng si è impegnato in un’attività di ricerca e ha scritto una opera storica colossale sul Grande Balzo in avanti e la carestia degli anni ‘59-’62. Gli è stato possibile grazie all’accesso ad archivi storici locali, un accesso che ha conquistato con il suo lavoro di giornalista sul campo. La ricerca è stato motivato dalla sua voglia di documentare quel disastro creato dagli eccessi ideologici, un disastro che causò la morte per fame di suo padre.

Li Datong è stato per anni il direttore del settimanale Freezing Point, un supplemento del Quotidiano della Gioventù diventato famoso nei primi anni 2000 per le inchieste sociali e gli editoriali su alcune questioni sensibili, che rappresentano il rovescio della medaglia delle riforme economiche. Nel 2006 il suo settimanale fu chiuso per aver oltrepassato il limite tollerato dalle autorità; Li fu sospeso dal giornale, ha conservato lo stipendio ma, ancora oggi, è pagato per non scrivere e non può presentarsi in pubblico per il resto della sua età lavorativa, che si concluderà l’anno prossimo, quando andrà in pensione.

La Cina che descrive Li è un paese in cui il moltiplicarsi dei mezzi di stampa degli anni ‘80 ha fatto bene alla diffusione delle notizie, ma ha anche reso il lavoro del giornalista più pericoloso. Oggi in Cina sono i reporter locali, spiega Li, i più minacciati e perseguitati, sono vittime dei governi e dei gruppi di interesse locale di cui raccontano le malefatte. E’ difficile pubblicare notizie locali sui media locali, ma l’ incrocio che si realizza, attraverso internet, fra i diversi organi di comunicazione locali e fa rimbalzare le informazioni da una parte all’altra della Cina, fa sì che qualsiasi notizia arrivi ai cittadini prima che la scure della censura si abbatta su di essa.

Li è anche un testimone della grande rivoluzione di internet, che ha permesso ai cinesi di essere raggiunti da qualsiasi tipo di notizia e ha eroso progressivamente le barriere della censura. Da quando è arrivata internet, tutti i fatti finiscono sulla rete, i media sono costretti a stare al passo e a riportare le notizie, la censura non riesce a stare al passo con la velocità del web e con le continue innovazioni tecniche del mezzo. Internet è foriero di cambiamenti sociali che a lungo andare si rifletteranno positivamente sulla la libertà di espressione e faranno esplodere il sistema di controllo cinese.

Pu Zhiqiang è l’unico intervistato che non compare di fronte alla telecamera. Alla vigilia dell’intervista ha ricevuto una telefonata della polizia che gli  ha vietato di incontrare faccia a faccia il giornalista e farsi riprendere dalla telecamera. Pu segue da anni casi giudiziari che coinvolgono giornalisti. E’ rimasta famosa la sua difesa di Chen Guidi, lo scrittore che pubblicò un’inchiesta sulla condizione di vita nelle campagne e, dopo essere stato messo al bando, fu denunciato da un capo di governo locale per diffamazione. Il processo è iniziato nel 2005 e ancora oggi non si è concluso. La sentenza non è ancora stata emessa a causa dell’imbarazzo dei giudici a pronunciarla.

Per Pu Zhiqiang il vizio più pericoloso del sistema cinese è ancora il controllo esercitato sui media dai governi a livello locale, e la possibilità ad essi riservata di esercitare pressione su giornali e giornalisti per evitare la pubblicazione di notizie. Spesso i giornalisti sono denunciati per diffamazione, per aver minato la sicurezza del paese o rivelato segreti nazionali. Sono le armi discrezionali di chi detiene il potere. Di fronte all’aumento esponenziale di queste citazioni in giudizio, i giornalisti si stanno organizzando in associazioni, e l’opinione pubblica si sta mostrando più sensibile e pronta a prendere posizione in questioni del genere. Anche il coinvolgimento degli avvocati è più frequente.

Tutti gli intervistati sono, quindi, d’accordo nel giudicare in maniera positiva l’evoluzione del sistema della stampa cinese. Il sistema è ancora di tipo autoritario, riconoscono, ma c’è una spinta positiva al cambiamento che viene dalla modernizzazione della Cina. E sono d’accordo nell’intravvedere all’orizzonte un cambiamento epocale che potrebbe realizzarsi nel giro di pochi anni.

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